“Proprietà privata. Le deiezioni canine sono vietate dalla legge”

Le deiezioni canine sono vietate nelle aree verdi. Questi i cartelli presenti nelle aiuole a segnalare il divieto di lasciare i ricordini dei nostri amici a quattro zampe. Giustamente.

Peccato che poi proprio sotto quel cartello l’area verde ormai ha sfumature di rosso e blu e no, non sono i papaveri e nemmeno i non-ti-scordar-di-me. Sono i tanti e colorati rifiuti generati da noi che la natura non ha la possibilità di smaltire.

Ma per noi la civiltà è altro, perciò facciamo viaggi e al ritorno siamo in grado di comparare la nostra città, il nostro Paese, al resto dell’Europa. Magari lamentandoci di quanto “l’ italiano sia incivile” e magari prima di questa frase, non trovando un cestino in cui gettare l’incartamento del nostro panino si decide di lasciarlo con nonchalance per strada.

Mi spiace, ma io in quell’Italiano da voi descritto non mi ci ritrovo proprio. Eppure mi sento italianissima.

È per questo che credo in quello che dico, e nonostante tutto è così che vedo il mondo.

Ma queste sono le idiosincrasie della vita quotidiana.

Diceva qualcuno:

Io non mi sento italiano

ma per fortuna o purtroppo

Per fortuna, per fortuna lo sono

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Primo. First. Primero.

Per prima cosa, non ho mai scritto un articolo ma solo pagine di diario.  Sì, il solito diario che scrivi quando non vuoi tenere solo le cose in mente ma le vuoi appuntare da qualche parte. Poi forse in questo modo te le ricordi di più, o forse le butti lì e le dimentichi più facilmente. Da qualche parte ho letto che scrivere è terapeutico. Forse è così.

Scrivo questo “primo” non so che cosa perché mi sto per laureare, e va bene, al giorno d’oggi succede a tutti, che cosa vuoi che sia. Devo scrivere il mio discorso, pensavo di scriverlo per la durata di 1,5 minuti, perché quello è lo spazio che ti danno per spiegare il tuo percorso, almeno nella mia Università. Ma è già la seconda volta che tento di scrivere due righe e non riesco a fare altro che un monologo quasi insensato. Quindi avevo pensato di cominciare ponendomi la domanda, che in realtà da qualcuno mi è stata posta: “ma alla fine, di che parla la tua tesi?“. Ecco, il titolo è conflitti e nonviolenza. Quali conflitti? In realtà parlo della nonviolenza partendo dall’analisi delle forme di violenza e di come sia semplice diventare assuefatti da queste al giorno d’oggi. Continuamente ne sentiamo parlare dai nostri giornalisti in televisione, tra i discorsi della gente, lo leggiamo sui giornali, la guardiamo nei film, la subiamo o ne siamo parte attiva nelle famiglie. Quindi ora mi dirai “ok, e ora cosa pretendi di fare?”. Nulla, in realtà. La mia ricerca mi ha ispirato a voler lavorare sul conflitto, anzi nel conflitto per poter riuscire ad aiutare un’altra persona, anche una soltanto, per farla ragionare in modo da poter vedere il lato positivo. Non è per niente semplice, ma applicarsi ogni giorno vuol dire ogni giorno affrontare un qualcosa che ti potrebbe portare a fallire e i modi sono semplici, o meglio genuini, che chiunque in realtà può metterli in pratica. Non si tratta di praticare ascetismo che ti porta a distaccarti da chiunque. Comporta proprio restare a fianco dell’altro cercando di cambiare insieme.

Tutto questo non è arrivato per caso ma circa quattro mesi fa, avevo la febbre a 39°C e fuori c’erano 30°C più o meno, quando leggevo un articolo pubblicato nel 1969 da J. Galtung dal titolo “Violence, Peace and Peace Research” in cui si spiega i tipi di violenza strutturali e diretti. I tipi di violenza diretti sono quelli manifesti e si compiono con gesti che possono variare dal suicidio all’omicidio. Nella violenza strutturale ciò che dovrebbe colpire di più è che non si manifesta, ma l’autore la spiega “come l’aria che respiriamo”. In questo tipo di violenza il ruolo attivo ce l’hanno le istituzioni, che menomano l’integrità e la dignità di esseri umani, come le discriminazioni. Ma questi due tipi di violenza trovano l’apice nella violenza culturale, che comporta la giustificazione teorica degli altri due tipi di violenza e che si manifesta attraverso dottrine religiose o militari. Su quest’ultima non sono del tutto convinta che si possa considerare la violenza come parte di una cultura. Penso più che l’uomo singolarmente possa scegliere, possa scegliere di allearsi con altri in un modo o nell’altro. E penso che ciascuno di noi nasca e compia questa scelta quotidianamente. E’ possibile pensare che non abbiamo un’unica possibilità che sia quella di rispondere al fuoco col fuoco, metaforicamente parlando, in qualsiasi conflitto. Per questo motivo ho scelto di studiare e analizzare non solo una fonte molto antica ma attualissima, come le azioni compiute da Gandhi nella sua lotta nonviolenta, e i metodi utilizzati da moltissime scuole e che hanno permesso a Galtung di creare una vera e propria guida per gli operatori nei conflitti. Il metodo TRANSCEND vuol dire cambiamento, vuol dire “andare oltre” e vuol dire Creare e non Distruggere, ma creare con le risorse che già abbiamo e con la creatività raggiungere un risultato.


ma la vita scorre incessantemente più oltre, il suo rimo senza posa cade, in ogni nuovo contenuto nel quale essa crea a sé una nuova forma del suo essere, in contraddizione con la permanente durata o validità intemporale di quello.

– Il conflitto della moderna civiltà, G. Simmel

Roma, città magica

Roma. Una città magica, lo è sempre stata, sempre lo sarà. Ma in questi giorni ha un’aria diversa. Ci sono stata un paio di giorni fa con un’amica. Il viaggio è stato molto “lungo”: cinque ore in un treno vuoto; al mio arrivo, per compensare la noia del viaggio, mi ritrovo con uno sciopero dei mezzi di cui ovviamente non ero informata. Ma la magia di Roma, ho pensato, aiuterà a sentirmi meglio. Faticosamente trovo un autobus di linea il cui autista svogliatamente mi dice che sarebbe passato per Tuscolana. L’autobus era pieno e ad ogni fermata saliva sempre più gente. Lungo il tragitto passiamo davanti all’Altare della Patria, l’Arco di Costantino e proprio mentre penso che per quante volte io sia stata a Roma, ha sempre la magia del primo giorno vedo…cosa vedo? Armi ovunque, militari armati ovunque, che stringevano nelle mani la loro mitraglietta e con sguardo serio scrutavano davanti a sé.

Una tristezza. Siamo in guerra? Siamo in un territorio di pace? Non lo so. Ma la sensazione, per chi vi abita, non è la stessa. Che sia giusto o sbagliato non ci fanno più caso ai militari. Giusto o sbagliato che sia, non si prova quell’inquietudine nel trovarsi in zone piene dove c’è tanta gente comune e gente armata. Giusto, non bisogna temere la guerra. L’indifferenza, però, allo scenario che abbiamo davanti quotidianamente, non ci renderà mica insensibili?

Interessante punto di vista della mia amica: per lei la guerra non esiste, ma sarebbe ciò che vogliono farci credere ci sia fuori. Una forma di controllo sociale?

La guerra è stata creata dall’uomo, è una forma di lotta perpetua. Le cosiddette missioni di pace, sono un modo per mascherare una guerra a cui non si ha l’interesse di mettere la parola fine.

Non dovremmo mai smettere di parlare di pace. Ma la pace, quella dichiarata dalle Nazioni, dov’è?